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MENO RAGGI PIU’ SALUTE – della D.ssa Cristina Rodighiero

Meno raggi più salute – di Cristina Rodighiero

Alla base di qualunque scelta terapeutica vi è la possibilità di disporre di esami diagnostici precisi e, soprattutto, in grado di rispondere in modo mirato al singolo quesito clinico. Una diagnosi accurata, infatti, permette di pianificare il trattamento in ogni sua fase, rispondendo così al meglio alle necessità del caso clinico e alle aspettative del paziente.

Fin dalla loro scoperta, avvenuta nel novembre del 1895 ad opera di Wilhelm Conrad Röntgen, i raggi X sono sempre stati utilizzati in medicina per visualizzare gli organi e i tessuti interni del corpo umano a scopo diagnostico. Anche in odontoiatria, le radiografie consentono al dentista di valutare lo stato dei denti, dei tessuti e delle strutture ossee del cavo orale.

Le prime tecniche radiologiche messe a punto in ambito dentale – e ancora tutt’oggi utilizzate – sono quelle che permettono di eseguire le radiografie intraorali (endorali) ed extraorali (panoramica o ortopantomografia). Le prime permettono di mettere in evidenza un singolo dente per valutare l’eventuale presenza di patologie cariose o a carico della polpa dentale.

L’ortopantomografia, invece, permette di visualizzare contemporaneamente entrambe le arcate ed è fondamentale per un bilancio iniziale dello stato della bocca: in base a quanto visualizzato dall’ortopantomografia, il dentista potrà decidere se è necessario approfondire ulteriormente la visualizzazione di alcuni dettagli mediante le radiografie endorali. Le indagine radiografiche risultano quindi fondamentali sicuramente prima di ogni trattamento odontoiatrico per permettere all’odontoiatra di eseguire la diagnosi e decidere il piano di trattamento, ma sono importanti anche per monitorare nel tempo la terapia in corso o lo stato di una lesione. Il limite diagnostico di questi esami è legato alla visualizzazione dei dettagli anatomici in due dimensioni, impedendo così la misurazione, per esempio, dello spessore dell’osso. Lo sviluppo e l’evoluzione di nuove tecniche chirurgiche, implantari e ortodontiche, invece, hanno sollevato l’esigenza di disporre di esami radiologici più sofisticati e in grado di visualizzare tridimensionalmente le strutture anatomiche. L’attenzione si è quindi rivolta ad esami più complessi, noti con il nome di TAC (tomografia assiale computerizzata). In principio, questi esami potevano essere eseguiti solo con attrezzature di tipo ospedaliero, dotate di un software specifico per le diagnosi dentali (Dentascan).

Lo svantaggio principale di questa metodica, però, era l’elevata esposizione del paziente ai raggi X, tale da indurre l’odontoiatra a richiedere questo tipo di esame solo per i caso giudicati più complessi. Negli ultimi anni, l’evoluzione tecnologica delle metodiche computerizzate ha permesso di introdurre il digitale anche nell’ambito della radiologia dentale, con notevoli vantaggi sia diagnostici sia di sicurezza per il paziente. Le moderne attrezzature per la radiologia dentale (TC ConeBeam), infatti, permettono di acquisire non più solo immagini bidimensionali, ma anche tridimensionali, fornendo così importanti dati che l’odontoiatra può utilizzare per progettare in anticipo e in modo affidabile ogni fase del trattamento da eseguire. Inoltre, la tecnologia digitale consente di ridurre in modo efficace la dose di raggi al paziente. Se, da una parte, l’esecuzione di questi esami risulta semplice, dall’altra bisogna tener conto che la fase di elaborazione dei dati acquisiti costituisce un momento fondamentale affinché i dati acquisiti in modo digitale diventino utilizzabili per la stesura della diagnosi. L’utilizzo corretto delle attrezzature e dei relativi software che permettono di ottimizzare le immagini richiede competenze specifiche, quali quelle che si possono riscontrare soprattutto nei centri di radiologia specificatamente dedicati all’odontoiatria. Infatti, la particolarità anatomica del distretto maxillofacciale richiede tecniche dedicate che i software studiati per la diagnosi di altre parti scheletriche – e spesso utilizzati nelle radiologie generali – non permettono, con il rischio quindi di generare effetti grafici che possono portare a errate interpretazioni diagnostiche.

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