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M.O.C. DEXA – MINERALOMETRIA OSSEA COMPUTERIZZATA – della D.ssa Mariagrazia Zambelli

L’Italia è tra i paesi del mondo a più alto rischio fratturativo per osteoporosi e in Europa si colloca al secondo posto dopo la Germania.
Nonostante ciò, il numero dei pazienti con osteoporosi in terapia oltre ad essere basso, è in significativo calo (30% donne e 20% uomini).
Una delle principali cause di questo fatto è la mancata identificazione  del soggetto a rischio fratturativo .
Com’è noto la mineralometria ossea (M.O.C.) consente di diagnosticare i casi in cui vi è una riduzione della densità minerale ossea, come l’osteoporosi, permettendo di fare una diagnosi, prima che avvengano le fratture. L’osteoporosi è infatti spesso definita “ malattia silenziosa”, poiché la perdita di massa ossea è quasi sempre asintomatica.
A questo scopo vi sono vari tipi di apparecchiature utilizzabili (DEXA – TAC – ULTRASUONI), ma secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la metodica in atto più affidabile e con cui si può fare diagnosi e classificazione dell’osteoporosi è la M.O.C. DEXA poiché fornisce ottima accuratezza e precisione nella valutazione della massa ossea con dosi di raggi x molto contenute.
I distretti corporei esaminati per la diagnosi di osteoporosi ed il controllo nel tempo dopo terapia sono la colonna lombare ed il collo femorale.
L’osteoporosi è una condizione caratterizzata dalla progressiva diminuzione della massa ossea e dal deterioramento della microarchitettura delle trabecole ossee.
Questa patologia porta ad una maggiore fragilità ossea ed al conseguente aumento del rischio di fratture, che si verificano soprattutto a livello del polso, delle vertebre e del collo femorale.
Sono esposte all’osteoporosi soprattutto le donne dopo la menopausa, a causa della diminuzione degli ormoni che avviene in questa fase della vita.
Si stima infatti che un terzo delle donne caucasiche sopra i 50 anni soffre di osteoporosi e che più del 75 % dei casi rimane non diagnosticato.
Quindi dovrebbero sottoporsi alla M.O.C. le donne in menopausa e successivamente a controlli biennali per verificare l’evoluzione dell’eventuale perdita di tenore calcico; in quanto tale indagine è importante non solo nella diagnosi dell’osteoporosi, ma anche nel monitoraggio della risposta del paziente alle terapie.

E’ opportuno eseguire l’esame DEXA nei seguenti casi:
• menopausa
• menopausa precoce (anche chirurgica)
• amenorrea
• malassorbimento intestinale
• segni radiografici di osteopenia o deformità vertebrali
• insufficienza renale
• diabete mellito
• iperparatiroidismo
• morbo di Cushing
• disordini endocrini
• thalassemia
• dieta ipocalcica
• assunzione di farmaci osteopenizzanti
• terapia chemioterapia e/o radioterapia
• artrite reumatoide
• celiachia
• cardiopatie
• malattie polmonari croniche ostruttive
• leucemie
• distrofia muscolare
• osteoporosi localizzata dopo frattura o osteomielite
• l “runner” o comunque chi fa intensa attività sportiva (uomini e donne) che ha frequenti infortuni da stress senza causa chiara, soprattutto se fra i propri genitori o nonni esistono casi di osteoporosi.

La definizione di osteoporosi si basa sui livelli di massa ossea (BMD) rilevati mediante densitometria (DEXA) ed espressi come T-score (uguale o inferiore a -2,5 DS).
Nonostante vi sia una forte correlazione tra i valori di BMD ed il rischio fratturativo, la soglia diagnosticata basata sul T-score non coincide necessariamente con la soglia di frattura e tanto meno con quella terapeutica, anche se è pratica comune farle coincidere.
Vi sono infatti alcuni specifici fattori di rischio per frattura da fragilità ossea che sono indipendenti dalla BMD e “pesano” sul rischio di frattura con l’aumentare dell’età.
Pertanto la BMD non è l’unico parametro determinante il rischio fratturativo.
In linea con queste evidenze oggi la definizione del rischio fratturativo viene fatta mettendo in relazione pochi fattori indipendenti mediante uno specifico algoritmo, denominato De-FRA, che permette, inserendo poche informazioni oltre al T-score, di ottenere il rischio fratturativo espresso in percentuale a 10 anni.
Quindi oltre al T-score vanno inseriti il BMI, la familiarità per frattura, la terapia con cortisone, pregresse fratture da fragilità, fumo, assunzione di alcool e la presenza di patologie reumatologiche.
Il più importante fra questi elementi è l’individuazione delle fratture da fragilità ossea. Tali fratture avvengono senza una trauma evidente o con un trauma di energia tale da non determinare fratture in un soggetto sano, come ad esempio le cadute da stazione eretta fino da un’altezza di una sedia.
Quelle vertebrali sono le fratture più comuni e oltre a verificarsi senza un trauma diretto (ad esempio sollevando la spesa o durante i comuni lavori domestici) sono spesso totalmente asintomatiche.
Inoltre bisogna tenere presente che una precedente frattura del radio, omero o femore si accompagnano quasi sempre alla  compresenza di fratture vertebrali.
La presenza di cifosi è un forte indicatore di fratture dorsali e soprattutto la diminuzione dell’altezza.
Infatti una diminuzione d’altezza di più di 1 cm in un anno ha una specificità dell’ 89%  nell’identificare un soggetto con una nuova frattura vertebrale.
Pertanto si può senz’altro affermare che la frattura da osteoporosi rappresenta una malattia “sociale” e la M.O.C.

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